Il patrimonio culturale di interesse religioso e bene comune, tra crisi del diritto e nuovi paradigmi tecnocratici
La disciplina della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale di interesse religioso è uno dei temi classici del diritto ecclesiastico, strumento per guardare al futuro attraverso le memorie del passato.
L’associazione nazionale dei docenti universitari della disciplina giuridica del fenomeno religioso ha scelto tale tematica come oggetto del proprio convegno annuale, il quale ha avuto luogo durante le giornate di giovedì 15 e venerdì 16 ottobre a Napoli presso la prestigiosa sede centrale dell’Università Federico II.
I saluti istituzionali del Prof. Andrea Mazzucchi, Rettore dell’Università federiciana e della Prof.ssa Carla Masi Doria, Direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza, hanno dato avvio ai lavori della prima giornata, introdotti dalle parole della riconfermata Presidente dell’ADEC la professoressa Maria D’Arienzo.
Tanti i punti di vista attraverso i quali è stata affrontata la disciplina della tutela del patrimonio culturale di interesse religioso, tra i quali la tecnocrazia e la crisi della democrazia, il rapporto tra il concetto di bene comune, lo sviluppo sostenibile e la collaborazione tra confessioni religiose.
Il professore Roberto Mazzola e la professoressa Enrica Martinelli, moderati dal professore Andrea Bettetini, hanno approfondito la complessa ricerca di bilanciamento tra la democrazia, la tutela dei beni culturali, materiali e immateriali, quali beni comuni, e la tecnocrazia che impera nell’attuale secolo storico. Un percorso che prende avvio dagli scritti di Massimo Severo Giannini dedicati alla nozione di bene culturale e che si è concluso con le innovazioni tecnocratiche odierne. Cosa si intende per beni culturali immateriali e quali di questi possono rientrare nella lista del patrimonio mondiale redatta dall’UNESCO? In un mondo caratterizzato dal proletariato digitale, il compito degli operatori del diritto deve essere quello di governare, con gli strumenti più idonei, la fluidità del patrimonio culturale, soprattutto se immateriale.
Al professore Antonello De Oto e alla professoressa Marta Tigano, con la moderazione del professore Antonio Fuccillo, il compito di ricostruire la disciplina nazionale ed internazionale della tutela e della protezione del patrimonio culturale di interesse religioso, tematica di particolare interesse attuale a causa degli odierni conflitti mondiali, durante i quali, e a causa degli stessi, molti beni culturali di interesse religioso subiscono distruzioni, vilipendi e saccheggi, ospitando, all’occorrenza, vere e proprie basi militari al proprio interno. Lo statuto di Roma della Corte penale internazionale prevede, all’art. 8, par. 2, lett. b) ed e), il reato consistente nel dirigere intenzionalmente attacchi contro edifici dedicati alla religione, all’istruzione, alle arti, alle scienze o a scopi benefici, monumenti storici, ospedali e luoghi in cui sono raggruppati malati e feriti, purché non siano obiettivi militari, nei conflitti armati internazionali e non internazionali.
Caso emblematico di applicazione di tale disposizione ha riguardato Ahmad Al Faqi Mahdi, condannato per aver diretto attacchi contro edifici di culto e monumenti storici a Timbuctu in Mali poiché distruggere un bene culturale e religioso rappresenta non solo un attacco alla comunità locale ma anche all’intera umanità. È attuale, pertanto, la definizione di strumenti idonei e funzionali a tutelare concretamente i beni culturali religiosi non solo nei territori di pace, ma anche, e soprattutto, nei contesti bellici.
A conclusione dei lavori la professoressa Carmela Ventrella è stata discussant del panel dedicato al tema del bene culturale come bene comune e come risorsa per lo sviluppo sostenibile nell’ambito delle dinamiche tra lo Stato e le confessioni religiose; a relazionare sul tema la professoressa Beatrice Serra e il professore Giuseppe D’Angelo, i quali hanno evidenziato che l’interesse religioso ha subito una profonda trasformazione nel corso del tempo, assumendo una conformazione sempre più multireligiosa, volta alla relazione e al dialogo tra confessioni religiose diverse tra loro. Il patrimonio culturale di interesse religioso, assimilato al patrimonio naturale nella Laudato si’ di Papa Francesco, si nutre della relazione con le persone che frequentano il luogo sacro, che creano legami con l’edificio, il quale diventa manifestazione tangibile della fede. Pertanto, il patrimonio culturale religioso non può che integrare la definizione di bene comune in quanto elemento prezioso della quotidianità dei popoli, il cui legame costituisce il valore del bene stesso e ne determina l’evoluzione nel corso del tempo.
I lavori sono terminati con le celebrazioni per il ventennale della rivista diritto e religioni, diretta dalla professoressa D’Arienzo, espressione dell’evoluzione del diritto ecclesiastico e canonico nonché linfa di crescita scientifica ed accademica.
Annalisa Fanelli
